Attimi immortali

GREY VILLET, DEGENTE DI UN OSPEDALE PER MALATI CRONICI, ST. LOUIS, 1959

Direi che per cominciare sarebbe bene spendere qualche parola per questo grande autore, dato che il mio scopo è quello di farvi conoscere i grandi fotografi e le loro opere. Nato e cresciuto in Sud Africa, Grey Villet inizia a fotografare mentre frequenta l’università di Città Del Capo, “soprattutto per smettere di perdere tempo.”
Tempo non ne perse di certo, ben presto infatti divenne fotografo per Life magazine, realizzando vari reportage, tra cui quello su Fidel Castro durante la sua marcia trionfale verso L’Avana.
Il fotografo Bill Eppridge disse: “Quello che mi piaceva di lui era la capacità di prendere un’idea e trasformarla in una foto spontanea. È il genere di opera per cui ho sempre provato il massimo rispetto.”
Oggi vorrei prendere in considerazione una foto di Villet che mi ha profondamente colpito, al di là dell’aspetto puramente tecnico (che, secondo il mio modesto parere, rasenta la perfezione.)

Quest’immagine mi riporta in mente molte cose che ormai ho perduto, attimi, sensazioni, sguardi; per molti di questi mi pento di non avere una fotografia che li renda immortali.
Ma non è solo di questo che mi pento.
Poco più di un anno fa ho perduto mia nonna a causa di un tumore, ha passato il suo ultimo mese di vita in un letto d’ospedale. La prima volta che ho visto questa fotografia non ho potuto non pensare a lei, è stato inevitabile. A quel punto ho iniziato a piangere. Anche se la morte è parte integrante della vita, non passiamo mai abbastanza tempo con le persone che amiamo e non glielo diciamo mai abbastanza.
I nostri nonni hanno così tanto da insegnarci, sulla storia, sull’educazione. Sul rispetto.
Molti di loro hanno vissuto in uno dei periodi più bui nella storia dell’uomo, sono sopravvissuti e hanno lottato per consegnarci un mondo migliore, un futuro migliore. Dobbiamo essere loro grati per questo, non dobbiamo dimenticare ciò che hanno fatto e dobbiamo continuare a lottare perchè non sia stato tutto vano.
Ma la cosa più importante è ricordare loro ogni giorno quanto gli vogliamo bene, prima che sia tardi. Io non l’ho fatto e me ne pento; le avevo promesso tante cose, avrei voluto portarla in così tanti posti, farle vedere le mie città preferite, ma non ho fatto in tempo. Però lei è con me, mi osserva ogni mattina quando mi guardo allo specchio, solo io ho ereditato i suoi occhi, quindi è come se potesse vedere tutto ciò che vedo io, e questo mi da il coraggio per continuare su questa strada, di osservare, di scattare, di vedere il mondo, attraverso la mia macchina fotografica.

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