“L’arte non nasce mai dalla felicità” – Un incontro con Benedetta Ruggeri.

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Intervista a cura di Michele Alinovi


Benedetta Ruggeri è una giovane scrittrice, nata e cresciuta a Cagliari. Un anno fa ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Heart & Soul, interessante e apprezzato romanzo d’esordio incentrato sulla storia di due donne che vivono a migliaia di chilometri di distanza più a Nord, a Manchester. Benedetta ha un rapporto stretto con la città inglese, patria di band quali Stone Roses, Smiths, Buzzcocks ma anche dei Joy Division, band che venera alla follia, tanto da intitolare la sua prima prova letteraria con una delle canzoni più famose di Ian Curtis e soci. Ma non è nella grigia Manchester che incontro Benedetta, bensì nella sua raggiante e assolata Sardegna. Ci troviamo un sabato di inizio settembre, verso sera, davanti a uno dei tavolini del Bastione di Saint-Remy, una delle principali fortifcazioni di Cagliari. Ha i capelli rossi lunghi e sciolti che scivolano sul tessuto bianco di una Tshirt dov’è disegnato un Bansky. Ordiniamo un Godfather e inizio l’intervista chiedendole del rapporto che ha con la scrittura, mentre sorseggia quello che rimane del cocktail misto al ghiaccio sciolto, fissando le ultime luci del sole fltrare fra le grate del balcone del Bastione. Più in là, la veduta del capoluogo sardo abbracciato al grande mare; ma durante quel paio d’ore di intervista, il filo dei nostri discorsi è ritornato mille e mille miglia più a settentrione, nella piovosa Manchester.

Quando e come hai iniziato ad amare la letteratura e a voler scrivere libri? Secondo te, cosa vuol dire scrivere?

Trovare un momento preciso è difficile: ho sempre inventato storie e scritto fin da ragazzina. Credo che non passi un momento della giornata in cui non mi venga in mente un particolare, una parola, una frase che sento il bisogno di mettere per iscritto e per questo mi porto sempre dietro un quaderno di appunti. Victor Hugo scriveva: «Uno scrittore è un mondo intrappolato dentro una persona». Ecco, per me, scrivere è una trappola, e forse non ne uscirò mai. Ma va bene così, perché è anche un’insostituibile via di fuga, di scampo; una specie di porto sicuro nei periodi negativi, una specie di ancora di salvezza alla quale potermi aggrappare. Mi dà la stessa sensazione di calma che dà l’odore dell’alcol nel momento in cui accosti il bicchiere alla bocca e decidi di affogare i tuoi demoni, di scacciare i brutti pensieri. Nella ricerca di una via di salvezza, nonostante tutto.

Quali sono i tuoi autori e i tuoi libri preferiti?

Il mio libro preferito di sempre è Guerra e Pace. Scoprii Tolstoj e Mann a tredici anni: Guerra e Pace, La sonata a Kreutzer, La Morte a Venezia. Crescendo ho scoperto e amato autori molto diversi, come Virginia Woolf, T. S. Eliot, H. G. Wells e Irvine Welsh. Ho una sorta di venerazione per Chuck Palahniuk: ultimamente sto rileggendo i suoi romanzi e ogni volta è come se fosse la prima. E penso: Chuck mi deve aver letto nel pensiero prima di scrivere questa frase. Fra i suoi libri, Survivor e Invisible Monsters sono i miei preferiti.

Lo scorso anno è stato pubblicato il tuo primo romanzo, Heart & Soul. Partiamo dal titolo, evidente citazione di una canzone dei Joy Division, famosa band della Greater Manchester adorata dalle protagoniste. I testi di molti loro brani ricorrono in molti capitoli, come fossero una colonna sonora costante nel romanzo…

I Joy Division sono la mia band preferita. Mi hanno presa fin dalla prima volta che li ho sentiti, anni fa (non diciamo quanti) ad una festa, un drink in mano e Love Will Tear Us Apart in sottofondo. Da quella notte non ho smesso di ascoltarli. Oltre tutto quella canzone si adattava perfettamente alla mia allora situazione sentimentale… Non che ora non lo faccia. Ian Curtis, il leader della band, era senza dubbio un’anima torturata, costantemente in lotta con se stesso e con la vita. Una volta scrisse: «Nessuno capisce quanto dò. E quanto questo mi colpisce. Tutti si aspettano che io dia sempre di più. Ma non so se sono in grado di farlo». Mi ci ritrovo. Il pezzo che dà il titolo alla storia, Heart & Soul, parla di ‘lotta tra giusto e sbagliato’, di costante dualismo e fu uno degli ultimi pezzi che Ian scrisse prima di morire. Era indubbiamente un genio.

La storia si svolge a Manchester e dintorni, città che conosci bene. I personaggi vivono in un ambiente triste, perennemente oscurato dalle grigie nubi del nord dell’Inghilterra e così distante dal sole e dalla vivacità della tua Sardegna, dove sei nata e abiti tuttora.

Manchester non è così male. Senza dubbio è la mia città preferita, per diversi motivi, a partire dallo United, squadra che tifo sin da bambina: sì, sono una mancuniana d’adozione. Non è così cupa come si può pensare, anzi. È particolarmente viva, piena di giovani, in continua evoluzione. In Heart & Soul sì, è resa cupa più di quanto possa esserlo nei suoi piovosi pomeriggi autunnali, ma in questo modo fa da sfondo perfetto alla storia e all’umore delle protagoniste. Ok, siamo nel nord ovest dell’Inghilterra, ma esistono posti peggiori… pensa a Liverpool.

Lauryn e Aileen, le protagoniste del romanzo, hanno due caratteri diversi – più energica e ribelle la prima, più rifessiva la seconda, problemi differenti, due lunghe relazioni finite in modo turbolento. Entrambe hanno un passato con cui vogliono rompere, ma che non riescono mai a dimenticare davvero. Quanto, di te, c’è in Lauryn e Aileen?

Abbastanza. Lauryn senza dubbio fra le due è quella più incasinata. Inizialmente avevo pensato a due persone differenti dato che l’idea iniziale fu quella di un racconto breve, ma poi ho ripreso in mano il testo e ho deciso di cambiare e mettere un po’ di me stessa in entrambe.

Perché hai deciso di far parlare le due protagoniste in prima persona?

Lo trovo il modo più naturale per esprimermi. Mi aiuta a non sentire il minimo distacco con i personaggi. Funziona perfettamente per me. Io li sto facendo parlare, ma è come se loro stessero parlando a me, e quindi a chi legge. Scrivere in prima persona aiuta a creare un legame maggiore tra scrittore, lettori e personaggi, che si aprono completamente per quello che sono.

All’inizio del romanzo Lauryn, un’insegnante ormai stanca del proprio lavoro, spiega ai suoi alunni il signifcato della poesia Il canto d’amore di J. Alfred Prufock, di T.S. Eliot. Prufock è un «procrastinatore», «una persona che rimanda ogni cosa», che «rinuncia alla vita, rinuncia ad essere, semplicemente». Anche le due protagoniste sembrano vivere la stessa situazione di stasi e, travolte dai pensieri, coscienti della necessità di agire per mettere a posto le loro esistenze, alla fine rinunciano a farlo.

Stasi è la parola giusta. Inerzia, stallo, paralisi. Come se il tempo non esistesse. Prufrock lo faceva quasi di proposito, loro lo fanno perché sono confuse e hanno paura. E sono stanche. A volte capita di aver lottato così tanto per qualcosa che si voleva a tutti i costi e non si è riusciti a ottenere che non si hanno più le energie mentali per continuare. Quindi si entra in una fase di immobilità, a volte breve, a volte più duratura, a volte – se non capita qualcosa a scuotere questa inattività in cui ci siamo buttati – può anche durare per sempre.

Nel tuo libro l’amore non si presenta come un’ancora di salvezza, ma fonte di dolore e rimorsi. E’ piuttosto l’amicizia tra i personaggi che li aiuta a vivere e, malgrado i reciproci difetti, a sostenersi a vicenda. Tu che visione hai dell’amore e dell’amicizia?

Credo in un genere di rapporto in cui due persone siano alla pari. E credo nei rapporti che si fondano su qualcosa di sincero, rapporti in cui non ci si deve aspettare nulla in cambio dall’altra persona; di questi tempi è così raro. Quando qualcuno ci mostra un minimo di interesse, e parlo in generale, senza che in un certo senso gli venga richiesto (ed è questo che sbagliamo, provare qualsiasi tipo di interesse, sentimento per qualcuno non dovrebbe aver bisogno nemmeno di essere spiegato, eppure noi ci sentiamo quasi in dovere di chiederne i motivi) subito iniziamo a scavare fossati intorno a noi per sentirci più sicuri, perché quasi non ci sembra possibile. Abbiamo paura di provare qualcosa, abbiamo paura perché pensiamo sia necessario rispondere ad un numero infnito di domande, perché, come, quando, dove è successo… Prendiamo l’amicizia: fermo restando che le amicizie, specie quelle di lunga data, restano sempre le migliori, e lo dico per esperienza personale. Per me è senza dubbio una delle cose più importanti. Ci sono persone, amici che conosco da una vita, persone con cui ho una comunione spirituale allucinante. Non dovremmo sprecare tempo ad avere paura di poter piacere agli altri. E dovremmo aprirci di più. Dobbiamo parlare agli altri e con gli altri, e ascoltarli. Per quanto riguarda l’amore, la questione è differente. Riconosco di averne una visione decisamente nichilistica. Forse cinica. Probabilmente negativa. Attendo di cambiare idea, ma per ora lo vedo come una specie di mancanza di autocontrollo. Mantenere il controllo sui noi stessi è importante. Spesso mi domando se non sia tutto una creazione della nostra mente. Viene tutto da noi stessi, tutto. Una volta che abbiamo il controllo su noi stessi, siamo liberi. Quando amiamo qualcuno, non lo siamo veramente. Quando amiamo qualcuno, o crediamo di farlo, ci creiamo una immagine dell’altra persona nella nostra mente, una immagine perfetta, perché siamo noi a volerlo. Ci auto-inganniamo. A volte mi chiedo se sentiamo l’esigenza di stare con una persona solo perché sentiamo il bisogno di sentirci importanti per qualcun altro, o è perché semplicemente siamo degli egotisti che vogliono essere il centro della vita di un altro essere umano.

Lauryn e Aileen sono due spiriti profondamente affini, ma in realtà non si conoscono mai davvero, a parte qualche scambio di sguardi e poche parole scambiate durante un passaggio in macchina, durante una notte piovosa. Perché hai deciso che rimanessero sconosciute, una all’altra?

Credo che non sia necessario che due persone si conoscano così a fondo per avere un’infuenza positiva l’una sull’altra.

Lauryn, una sorta di ex ragazza prodigio, convive con lo sconforto di non avere esaudito le aspettative di altri e – allo stesso tempo – una compiaciuta, quasi ribelle, indifferenza verso il mondo. Come se fosse totalmente immune dalla paura del giudizio degli altri. Pensi che ciò sia davvero possibile nella realtà?

Sono convinta di sì. Anzi, dovrebbe essere un dovere, prima di tutto nei confronti di noi stessi. Noi siamo degli individui, siamo persone, e per quanto la società faccia di tutto per farci adattare ai suoi standard, dobbiamo evitare di farlo. In tutti i modi possibili. Le regole ci sono, ci devono essere e vanno rispettate, ma ci sono troppi limiti che non osiamo oltrepassare, status quo che ci viene imposto di mantenere… Perché? Così rischiamo soltanto di uniformarci alla massa e alle loro regole, è una cosa che mi fa rabbrividire solo al pensiero. Nasci, cresci, sposati, procrea e muori. E se non lo fai, o hai qualche problema da risolvere, o non vali nulla. Ci dimentichiamo troppo spesso di quello che vogliamo essere solo per uniformarci al resto. Ognuno di noi dovrebbe essere ciò che crede, senza essere giudicato per questo.

Le tue parole sono molto simili a quello che dice Kim, altro personaggio di H&S, ad un certo punto del romanzo: «Nasciamo, invecchiamo, moriamo. Punto». Questa è la sua teoria della vita. Viene da chiedersi se questo pensiero sia frutto di un delirio o se sia, in fondo, ciò che pensa davvero. O quello che tu pensi davvero. Perché il tuo romanzo è così triste e pessimista, quasi un viaggio verso l’autodistruzione?

Cito Chuck: «Forse l’auto-miglioramento non è la risposta, forse l’auto-distruzione è la risposta». L’idea della vita che ha Lauryn è sicuramente un po’ estrema, ma mentirei se dicessi che non coincide con la mia, almeno in buona parte, e almeno in questa fase della mia esistenza. C’è un altro personaggio, Kelly nove dita di Conte, a cui sono molto legata e che non trovi in Heart & Soul, ma nel mio prossimo romanzo. Faccio una piccola eccezione e ti cito le sue parole. «Cercare di afferrare la Verità senza l’aiuto di sostanze psicoattive sarebbe stato come fare un buco nell’acqua. Realizzo che la gente fa uso di droghe esclusivamente per entrare in contatto con la parte più intima di sé stessa. Quella parte che si trova sotto strati e strati e strati di ricordi, esperienze, sentimenti, persone, cose. Lacrime. Risate. Ferite. Sorrisi. Sorprese. Piaceri. Dispiaceri. Regole a cui dobbiamo sottostare, leggi da non infrangere, limiti da non oltrepassare, status quo da mantenere. Tutto un insieme di cose che si ammassano sopra il nostro vero io. Secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. Nasciamo, cresciamo, viviamo e ci dimentichiamo chi siamo. Poi moriamo». La vita non è altro che un continuo dimenticarci chi siamo veramente. Ogni cosa che facciamo, la facciamo secondo noi per uno scopo preciso, ma non è vero. Le cose le facciamo perché dobbiamo farle. Perché siamo qui al mondo e dobbiamo tenerci occupati. Non è che predico l’autodistruzione, dico solo che è un modo come un altro per passare la vita. Giusto o sbagliato che sia, ha poca importanza. Tanto domani non ci saremo più. È solo un modo di vedere le cose. L’altro è “e vissero insieme felici e contenti”… Non ho nulla da obiettare, in nessun caso.

Hai appena terminato il tuo nuovo romanzo, sempre scritto in prima persona. Puoi anticiparci di cosa si tratta?

La protagonista, come ho già detto, è Kelly di Conte, bella e giovane donna di successo con una passione per la moda, i cocktail party esclusivi e lo swing, che abbandona tutto o quasi per intraprendere un viaggio spinta da un evento che, improvviso, ha fatto vacillare ogni sua certezza. Attraverso i ricordi del suo passato e i nuovi incontri sulla sua strada Kelly farà alcune scoperte inaspettate che arriveranno a farle mettere in dubbio persino la conoscenza di sé stessa, in una veloce corsa dalla East Coast fno al confne con il Messico e oltre.

Quali sono le cose che ti rendono felice davvero nella vita?

Vuoi dire cosa mi illude di poterlo essere? A breve termine, l’aria pungente delle prime ore del mattino. Un bicchiere con gli amici. Un messaggio o una chiamata inaspettati. Una canzone. Un libro. Un quadro. Un flm. Ridere di me stessa. Far ridere gli altri, anche se dalla nostra conversazione non si direbbe che ne sia capace! Scrivere. Fare qualcosa che sia utile per gli altri, anche solo un gesto. Il gol all’ultimo minuto di John O’Shea ad Anfeld contro il Liverpool, sotto la Kop.

Dimmi, se esiste, un verso di una canzone o di una poesia, un passo di un libro o un’opera d’arte che più ti rappresenta.

«Quello che ami e quello che ti ama non sono mai, mai la stessa persona», da Invisible Monsters di Chuck Palahniuk. Sempre di Chuck: «Se ami qualcosa lascialo libero, ma non stupirti se ti ritorna con l’herpes». Ancora Chuck: «Quando non abbiamo nessun altro da odiare, iniziamo a odiare noi stessi». Ma anche: «Troppo strano per vivere, e troppo raro per morire» da Paura e disgusto a Las Vegas di H. S. Tompson. Oppure: «Forse sono un uomo dallo stato d’animo eccezionale. Non so fno a che punto la mia esperienza sia comune agli altri. A volte soffro del più strano senso di distacco da me stesso e dal mondo intorno a me. Mi sembra di guardare tutto dall’esterno, da qualche luogo inconcepibilmente remoto, fuori dal tempo, fuori dallo spazio, fuori dallo stress e dalla tragedia di tutto», tratta da La guerra dei Mondi di H. G. Wells. Potrei andare avanti all’infnito.

Alberto Arbasino una volta scrisse: “La carriera dello scrittore italiano ha tre tempi: brillante promessa, solito stronzo, venerato maestro”. Tu che ne pensi?

Direi che posso saltare la prima e concentrarmi con tutta me stessa sulla seconda.

Flaubert affermava che il meglio per uno scrittore sia vivere un’esistenza tranquilla, borghese, scevra di preoccupazioni o grandi avvenimenti, lasciando piuttosto spazio all’azione, al sangue e alle emozioni forti nelle trame delle proprie storie. L’esatto opposto della concezione romantica, o neo-romantica, secondo cui chi scrive debba vivere e soffrire in prima persona per raccontare agli altri la vita in modo più vero e profondo. Tu come ti poni? Chi, cosa deve essere lo scrittore?

Io sono per il soffrire, sempre e comunque. Soffrire per creare. Non siamo nati per questo? Dal momento che ho già citato Chuck Palahniuk, continuerei citando queste parole: «Quello che voglio dire è che a volte, per un artista, il dolore cronico può essere un dono». Ma anche: «L’arte non nasce mai dalla felicità». Soffrire acuisce l’ingegno. Ti permette di inoltrarti là dove non riusciresti se fossi felice. Sempre che tu lo sia veramente, e non lo stia soltanto immaginando.

Intervista a cura di Michele Alinovi

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