Recensione: Lettere da una straniera di Hoda Barakat

Ciò che mi ha spinto ad acquistare questo libro è stata la copertina. Mi trovavo in un’antica libreria di Montereggio nelle ore del primo pomeriggio. Credo che ogni libreria contenga sempre un piccolo tesoro e stavolta credo di averlo trovato.

War never change

Vi è da constatare che il libro non ha una vera e propria trama. Quello che ho trovato all’interno delle pagine ingiallite è stato un bel portfolio di articoli del giornale arabo al-Hayat. La scrittrice, Hoda Barakat, racconta del suo viaggio che l’ha fatta scappare quando era ancora una ragazza nel 1989 dal suo Libano, fino ad allora in piena guerra civile, portandola a rifarsi una vita a Parigi, diventando donna e costringendola a veder sbiadire sempre di più le sue origini. Hoda riesce ad avere una vita apparentemente migliore nella capitale francese, diventando giornalista e facendosi una famiglia.
Potrebbe sembrare un libro a tinte rosa con un grande lieto fine a concludere il tutto e mandarci a nanna con un bel sorriso stampato in faccia. Non è così. Il libro parla di una perdita d’identità graduale, fatta da essere sempre meno Libanesi e sempre più fogli bianchi


Il grande Rino Tommasi segnava con un circoletto rosso i colpi migliori dei tennisti dei nostri anni. Se fosse stato un critico letterario, Rino avrebbe sicuramente finito l’inchiostro per questo libro.

Lettere da una straniera si divide in due parti, altrettanto divise in 30 spezzoni che non mi sento di chiamare capitoli. Non vi è numerazione, non vi è una cronologia. Potete tranquillamente leggere lo spezzone numero 30, poi il 10, il 15, l’8 e cosi via. La scrittrice evidenzia quanto la sua vita, pacifica e bella in superficie, sia invece un susseguirsi di acido che si forma nello stomaco della protagonista, prima spettatrice nel vedere la vergogna negli occhi dei suoi compatrioti per essere nati in un paese che non ha saputo scegliere la Pace, notando che anche in loro, qualcosa si sta spegnendo.


Immigrazione e false speranze

Negli articoli che mi sono stati proposti con l’andare avanti nel libro mi sono reso conto che stavamo si parlando di immigrazione, ma che era l’altra faccia della medaglia, quella che fino a quando non ho letto questo scritto non avevo minimamente preso in considerazione.
E’ ingiusto dover scappare dal proprio paese, soprattutto se quel paese lo ami e lo senti tuo fino al midollo. Mi sono messo nei panni non solo di Hoda, ma di qualunque persona che è costretta ad auto infliggersi un esilio forzato. Ho capito la delusione che trapela da queste pagine, ho capito la tristezza di vivere in un posto completamente diverso dal tuo per usi e costumi, religione e politica. Sentire i parenti e gli amici che sono rimasti in patria e percepire un incomprensibile lontananza che solo dopo qualche anno capisci essere l’inesorabile decorrere del tempo che ti sta portando a sentirti sempre più “straniera in casa tua”, quel nodo alla gola che provi nel vedere le vecchie foto raccolte in album polverosi che verranno sempre più messi in disparte e nascosti, mentre alzi gli occhi e ammiri una Tour Eiffel inspiegabilmente triste e deserta che è solo lo specchio della tua anima. Hoda Barakat, la ragazza del libro, non si sente mai a casa sua a Parigi e ogni giorno che passa si sente sempre meno libanese, ma paradossalmente non riesce a sentirsi parigina. Si ha così una protagonista che tutto perde e nulla guadagna, ma che è in perenne lotta con se stessa per mantenere le proprie radici e trasferirle ai quei figli che vede molto globalizzati e molto poco libanesi dentro.
Il libro ha una forte tinta nostalgica, fatta di letture brevi ma intense, ma soprattutto, vi costringe a vedere con i suoi occhi cosa vuol dire lasciare il proprio paese.


Globalizzare è perdersi

E’ sicuramente un libro che fa riflettere e che andrebbe letto da chi, nella nostra Italia, riserva solo commenti negativi e razzisti nei confronti di tutti quelli che tentano di rifarsi una vita a casa nostra, non pensando che, magari, se ai nostri occhi vengono qui per vivere male, a casa loro stavano anche peggio e che un aiuola vicino ad un semaforo può essere vista come i giardini di Lussemburgo se nel tuo paese natale volano proiettili e il sangue cade come pioggia nei mesi d’autunno.


Una realizzazione postuma

Di solito le recensioni le stilo appena dopo aver finito l’ultima pagina del libro.
Questa volta ho dovuto operare una riedizione di questa recensione.
Dalla prima versione, scritta cinque mesi fa, sono cambiate poche cose, ma che sono importantissime per la valutazione di un libro come questo.
Hoda è diventata un simbolo nella mia mente. Il libro non racconta nulla del suo aspetto fisico, ma anche se lo avesse raccontato, probabilmente, lo avrei eliminato, perché oramai quella donna è chiunque abbia avuto il coraggio di lasciare ciò che si amava.
Sono molto grato a questo libro, perché grazie alle sue pagine ho avuto un altro punto di vista, lasciandomi pensieri nella testa che sono affiorati più tardi, ben dopo la conclusione dell’ultima pagina. A tutti i viaggiatori, a tutti quelli che si definiscono cittadini del mondo, a tutti quelli che credono che la propria patria faccia schifo e che la scambierebbero volentieri con un’altra: leggete questo libro. Chissà che non sentirete più buona la pasta, le buffonate del nostro parlamento e tutte quelle personalità che ci rendono invidiati da tutto il globo.


Tirando le somme

Il libro è introvabile nelle librerie. Va per forza ordinato o cercato online. Ho avuto la fortuna di trovarlo in una vecchia libreria a Montereggio. Pagato 5€ a fronte di un prezzo di copertina di 12€ non posso che ritenermi soddisfatto di tutto quello che mi si è presentato davanti. Tanti stralci di vita quotidiana di una straniera. Hoda sono io, tu che leggi e chiunque abbia la voglia di leggere ogni articolo di questo piccolo tesoro chiamato «Lettere da una straniera».

Voto al libro: 7.5

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