Oscillazioni vitali

Credo sia passato più di un anno da quando ho scritto l’ultimo articolo personale qua dentro. Ho sempre parlato di libri, di scrittura creativa e di sensazioni. Oggi ho voglia, di nuovo, di parlare di me stesso.
Facciamo un gioco.
Vi presento tre vite, tutte e tre appartenutemi e tutte e tre vissute per più di due anni.

Ruote infuocate

Sono sempre stato un bambino attivo quando ero piccolo. Il classico tipetto da sport estremi che facevano rizzare i capelli alla mamma. Mi piacevano le ruote, e qualsiasi cosa potesse farmi andare veloce era ben accetta.
Il mio armamentario tecnico era formato, fino all’età di otto anni, da due skateboard, i quali mi hanno regalato un mento rotto (e solo quello, visto che i miei genitori si preoccupavano (costringevano) di fornirmi ginocchiere, gomitiere e caschetto) e tanti anni di divertimento. L’ho usato nelle maniere più insensate: in piedi, sdraiandomici sopra di pancia e lanciandomi per qualche discesa del mio paese deserto.
Durante la mia “carriera” da “uomo forte e duro” ho cambiato la bellezza di cinque biciclette: le più belle, due, erano entrambe mountain bike, una rossa lucida e argento, freni potentissimi e il sellino più stiloso del quartiere. Magia pura. La seconda, nonché ultima “sacrificata” era una bici quasi estrema, dai colori sgargianti, arancione e verde, con il parafango posteriore (la pioggia non è stata mai più utile) e gli ammortizzatori .
Come mai le distruggevo tutte? Perché il sottoscritto andava alla bottega del paesino verso le prime ore del pomeriggio, chiedeva di poter prendere le tavole e le cassette avanzate dai carichi mattutini, li portavo a casa e ci costruivo rampe dalle quali mi lanciavo a tutta velocità nel corridoio di granito del vialetto di casa mia. Quante escoriazioni!
Ero l’incubo dei proprietari del parco che ho letteralmente a 5 metri fuori dal cancello di casa mia. Andavo sulla cima della collinetta e poi mi creavo in testa un certo percorso da fare, ovviamente nel più breve tempo possibile, lanciandomi a tutta velocità giù per le piane, girando a 180 gradi tra le palme, derapando con sapienza nel fango primaverile. Una vera delizia per me, una vera incazzatura per i tipi che mi urlavano di sparire dalla circolazione. Too fast for you baby!!
Ultimi ma non meno importanti sono stati il monopattino, che usavo, anche qua, in modo molto stiloso, abbassando il manubrio al minimo e rannicchiandomi su quella barra poggiapiedi per essere il più aerodinamico possibile e dei rollerblade, che ho usato tantissimo intrufolandomi nella mia scuola elementare, di pomeriggio, quando era chiusa, per sfruttare il cortile piastrellato e le piccole rampe che mi creavo mentalmente per saltare.
Ruote appunto.
Non importava che fosse una, due, quattro oppure otto. Tanto divertimento, tanta acqua ossigenata riversata sulle ferite del guerriero e tanto vento fra i capelli. Tutto questo fino all’età di otto anni.

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Terra rossa, corde rotte, e il tempo che non ho avuto

Succede appunto che i miei genitori mi fanno presente che, forse, è meglio scegliere uno sport che non mi faccia ammazzare malamente.
Se pensate che al sottoscritto piacesse faticare vi sbagliate di grosso. Io non ero uno sportivo serio. Amavo andare veloce, quella era l’unica cosa che contava.
Fu così che mi iscrissi a nuoto. Imparai a nuotare bene, facendo i movimenti corretti. Ero molto bravo nello stile libero e farfalla. Non ho mai fatto una gara ufficiale, perché quando mi dissero che insieme al lavoro in piscina avrei dovuto fare ginnastica, ho letteralmente abbandonato l’idea del nuotatore. Odio la ginnastica e a posteriori, vi confido che sicuramente l’acqua non è sicuramente il mio elemento.
Mio padre cercò di spingermi verso il calcio, visto che lui prima di me era stato un ottimo calciatore nelle serie inferiori e aveva girato un bel po’.
Gli dissi di si, ma anche qua, non ci voleva un genio per capire che la palla a scacchi non era il mio destino. Non mi presentai nemmeno al primo allenamento, mettendomi a piangere prima di partire da casa. No a calcio proprio no! (Tutt’ora non so fare due palleggi con i piedi).
Un giorno, sempre all’età di otto anni, andai a vedere mio padre giocare a tennis con gli amici del lavoro. Mi innamorai di questo splendido sport. Quando chiesi di fare qualche palleggio mi sono ritrovato stranito, ma divertito. Non era facile come credevo. Il babbo mi chiese se volessi prendere qualche lezione da un istruttore. Accettai.
Da li, partì una storia durata 12 anni filati, interrotti solo da problemi fisici che non avrei mai potuto pronosticare. Ho girato non solo un sacco di circoli, dove ho sempre giocato nelle squadre di coppa, sempre con gente più grande di me, ma ho girato anche grazie ai tornei che ho fatto. Avevo trovato il mio sport.
Primo torneo, prima finale. Persa.
Eravamo piccoli e si arrivava ancora a 21 punti. La persi 21 a 17, che vale come un 6-4 al quinto odierno. Ho partecipato al nike tour in trentino, dove la locandina raffigurava i tennisti di adesso, Federer, Nadal, Ferrer, e accanto tue “teste” tagliate all’altezza della fronte dove veniva scritto “You are next” se non ricordo male. Roba da sogno. Arrivai a vincere il trofeo Topolino, uno dei più importanti tornei a livello giovanile. Il torneo serviva anche, a mia insaputa, come contratto per giocare le finali italiane a Torino. Partii, vivendo una settimana grandiosa, sentendomi davvero parte di qualcosa. Il mio pass con scritto “Player”, con il quale potevo andare in posti riservati solo a noi, la mia borsa piena di racchette, il circolo maestoso. Non vinsi le finali italiane, persi contro un calabrese dal servizio micidiale. Fece la finale lui. In mezzo a tutto questo vi erano ore e ore di allenamenti ai limiti della realtà. Cose che adesso, 2 anni dopo, trovo impensabili. Mi alzavo alle cinque di mattina per studiare, fino alle 7, dopo di che mi preparavo per la scuola. Uscivo all’una e correvo a casa per mangiare un boccone, facendomi trovare a marina di Carrara, questo sei anni dopo aver iniziato a giocare, con il mio 50ino che maledivo per fare solo i 65 all’ora, per farmi prendere dal mio allenatore, salire in macchina e andare a S.Benedetto, a La Spezia, ad allenarmi tutto il pomeriggio, tornando a casa per le 10 e 30 di sera. Tutto questo per gli anni di medie e superiori, con orari e intensità diverse, ma pur sempre soddisfacenti. Non avevo un minuto libero, ma avevo capito che in realtà un minuto era davvero tantissimo. Quante cose facevo in un minuto!

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Pantofole, serie tv, sonno

La vita non è un film signori miei.
Succede che oltre le ginocchia (mio tallone d’Achille fin dai 16 anni) fa crack anche la caviglia sinistra. Mai avuto una distorsione in 12 anni di tennis. Che succede? Semplicissimo. Incidente domestico. Mi sono fatto del gran male ai legamenti, che non si sono rotti (ed è peggio in questi casi) e tutt’ora sento male ogni tanto. Cose che ti porterai dietro per tutta la vita.
Smetto con il tennis, per forza di cose, e data la paura di rifarmi male, non ricomincio.
Mangio. Mangio di tutto e tanto. Prendo peso e le mie giornate si trasformano da non avere un minuto libero ad avere 24 ore di libertà no stop. Per due anni mi sono alzato alle 10 di mattina (quando andava bene), leggendo qualche pagina la mattina, facendo il pranzo per poi rifilarmi in stanza fino all’ora di cena. Di mezzo, ancora una volta, lettura, tante, tantissime serie tv e film di ogni genere e poi l’attesa di andare a letto.
Giornate che incredibilmente mi piacevano un casino.
L’idea di non avere impegni, di decidere in ogni istante cosa fare e cosa no aveva un qualcosa di magico. Avevo passato tanti anni correndo come un fulmine tra scuola, tennis, passioni varie e uscite con gli amici. Era il momento, seppur triste, di staccare la spina.
Avevo finito le energie, la voglia di fare praticamente qualsiasi cosa. Aggiungetevi due storie amorose andate male, una per colpa sua, una per colpa mia (per non farsi mai mancare niente) e avrete presto l’immagine di uno che come sentimenti provava odio, acidità, stanchezza di sentire le persone e poca voglia di legarsi a qualcuno di nuovo.
L’unica sensazione che non ho mai provato in vita mia è stata la NOIA.
Sono una persona fortunata, continuo a farmi duecento domande su ogni cosa, come un bambino di tre anni, continuo a sviluppare ed approfondire le mie passioni e le conservo gelosamente dentro il mio “profilo psicologico”.
Capiamoci subito, non ho passato un momento di depressione, perché alla fine, tolto appunto il “momento ammmoreh”, quello che facevo mi piaceva sul serio. Era un piacere vedere film, era un piacere leggere per ore e ore e il rapporto con me stesso era abbastanza equilibrato (ci siamo sempre stati sulle balle a vicenda io e i tipi che ho in testa).
Tutto questo è andato avanti per tre anni. Tre anni che, vedendoli adesso, mi fanno lo stesso effetto degli allenamenti che facevo quando ero adolescente: “ma come diavolo ho fatto”?

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Bilanci e bilancia

Arriviamo all’ultimo capitolo, o “step”, della storia.
Due settimane fa mi hanno chiamato a lavorare nella parte commerciale di un’officina e magazzino. Il signore che lavorava li è andato a lavorare in Fiat e ha dato il preavviso una settimana prima. I capi di questa azienda hanno chiesto di me visto che avevo fatto già una specie di stage un anno fa della durata di due mesi. Ovviamente, come in ogni stage che si rispetti, avevo imparato praticamente nulla, sia perché le cose non andavano benissimo come contabilità, sia perché non c’era movimento, sia perché, cosa più importante, avevo solo incentrato la mia formazione sulle commesse di officina.
Avere in mano la parte commerciale di un’azienda che fattura comunque un buon capitale è un compito molto impegnativo, e come tutte le cose impegnative, sono soddisfacenti. Ho avuto quattro giorni e mezzo per prendere più di quaranta pagine di appunti sui vari processi e sulle numerose cose da fare. Sono stato buttato nel mondo del lavoro, quello vero, come quando si butta un bambino in piscina: o nuota o affoga. Dove affogare voleva dire non solo essere licenziati, ma voleva dire andare in direzione e dire “io non sono in grado di…”. Non avrei mai detto una cosa del genere, anche se nella prima settimana da solo mi è frullata nella testa. Adesso, sono più tranquillo e sicuro dei miei mezzi e non mollare è stata una gran scelta, come spesso accade.

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Altra novità importante, questa successa più di un mese fa, sono stato da una bravissima nutrizionista della mia zona. Dopo una chiacchierata di più di un’ora mi ha dato dopo una settimana un prospetto fatto su misura per me, dandomi da mangiare dosi e cibi precisi, ovviamente seguendo ciò che piace a me. Sicuramente non sbrano manzi interi come una volta, mangiando più frutta e verdura di quanta non ne avessi mai mangiata in tutta la mia vita, ma sinceramente sto bene. Non sto faticando a farla, sempre grazie a questa meravigliosa professionista che mi ha davvero “messo delle manette di gomma piuma”. Mangio cinque volte al giorno, mangio sano e vivo molto bene.
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Arriviamo dunque al riassunto della giornata tipo del sottoscritto:
Sveglia alle 6:40 come primo colpo di cannone, sveglia supplementare alle 7:00.
Mi sveglio, leggero e con la voglia di sgranocchiare qualcosa, ma prima mi sbatto in doccia, vista la mia abitudine del dovermi lavare per forza ogni volta che esco di casa (si, se esco 3 volte in una giornata mi faccio 3 docce, si, anche in inverno).
7:30: sono già vestito di tutto punto per andare a lavoro, arrivo in cucina dove ho sempre una ricca colazione, diversa ogni giorno, da incamerare per affrontare la prima sconvolgente parte di mattinata da “ragionier Lucky“.
In un batter d’occhio sono le 11:30 e le scartoffie si sono già appianate nella precisione maniacale della mia scrivania. La sveglietta del cellulare suona e mi dice che devo mangiare ciò che mi è stato prescritto. Crackers, frutta o un farinaceo a seconda dei giorni.
Di nuovo testa in cassetta fino alle 13:30 per arrivare con tutte le cose da fare eseguite.
Ore 13:59 chiusura di cassa del magazzino, borsa in spalla, casco dalle fiamme rosse e nere in mano e via, “gas a martello” e si vola a casa per ricevere il ben accetto pranzo.
Sono le 15:00 da quando ho ripreso a ricordarmi come mi chiamo, mi butto sul divano dove gli occhi per forza di cose chiedono un time out. Dormitina fino alle 16:30 e poi in camera a fare un po’ di ricerca e sviluppo per quanto riguarda le mie passioni (quindi si, ancora, una serie tv ogni tanto, qualche capitolo di un libro).
18:00: è di nuovo ora di mangiare! Altro spuntino, nulla di che, e litri di acqua per raffreddare il corpo da questo caldo ignorantissimo.
Ore 19:00: tempo di camminare. 
Ecco qua che arriviamo al “perché” ho fatto un articolo così lungo racchiudendo praticamente la mia vita.
Perché ho sentito il bisogno di raccontarvi cosa si prova a camminare e a correre. Ma non avreste mai potuto capire ciò che provavo se prima non conoscevate la mia storia. Nei prossimi giorni pubblicherò il suddetto scritto con tanto di foto del “fin dove arrivo”.
Torno alle 19:45, doccia veloce, ghiacciata ovviamente, e ancora una volta a tavola per il pasto più leggero della giornata.
Ore 21:10 filmetto, 23:00 un’oretta di lettura e tutti a letto pronti a ricominciare.
Di mezzo, anche qui, ovviamente, qualche uscita con gli amici, la vista del mare, delle montagne e di tutto ciò che, ad oggi, sembra essermi amico.


Andrea “Lucky” Venturotti

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