Lettera d’amor proprio

“Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto.” – Italo Calvino

Cara Halifax,
Ti scrivo questa lettera perché ho voglia di parlare di me.
Ti voglio dire grazie, perché ho voglia di parlare di me solo grazie a te.
Mi sono spesso ritrovato a chiedere una vita più facile a me stesso: amici più facili, gente che rimanga nella mia vita senza lettere di dimissioni immediate, un lavoro che non sia tanto crudele da recapitarmi buste paga dove gli zeri sono meno dei numeri interi e le ore sempre superiori a quelle contrattuali. Cose sporche, come il mondo che ho vissuto per fin troppo tempo. Ho passato la vita a contare i secondi. Li contavo quando dovevo divincolarmi tra gli obblighi scolastici per andare a calcare i campi da tennis che tanto ho amato, rosicchiando ogni misero secondo perché faceva comodo. Tante, tantissime cose da fare, fin troppe! Ma quella vita a cento all’ora doveva finire per qualunque persona che si avvicini al mio profilo psicologico. Tanta pressione. Poi il buio.
Ho di nuovo contato i secondi, stavolta perché, davvero, non passavano mai. Le lancette rintoccavano ogni maledetto secondo come il rintocco della mezzanotte in casa Vlad III.
Ho visto persone cambiare, chi in meglio, chi in peggio. Ho visto gruppi di persone che sono arrivati a condividere un unico cervello, come se vivessero ormai dentro un Matrix qualunque fatto a posta per loro. Gente che si accontenta. Ho visto me stesso cambiare, prima in meglio, poi in peggio, poi finalmente in meglio. La vita è un’altalena, ed è ovvio che più vai verso il sole più c’è quel vuoto filosofico che ti fa rimanere sospeso, ma senza appigli. E’ buffo pensare che tu sia seduto sul seggiolino dell’altalena, con le mani ben salde sulle forti catene d’acciaio, ma nonostante tutto, arrivi in quel punto che non senti più il sellino. Allora devi essere forte, stare su solo di braccia e cercare un equilibrio in discesa. Quando ti succede la prima volta, cadi, ti fai male, ma poi torni in rampa di lancio per raggiungere il sole di nuovo. Il vuoto si ripresenta, ma stavolta sai cosa ti aspetta. E’ un vuoto leggermente diverso da quello dell’ultima volta, ma alla fine ti annuncia la medesima ballata: cadi.
E cadi ancora, perché è ovvio che quel sole mica lo puoi prendere subito? Pensa un po’ a quelle persone che salgono sull’altalena, si danno uno slancio, e arrivano subito al sole. Non sapranno mai cosa significa avercela fatta per davvero.
Ti abitui poi, è ovvio, a stare senza sole. Ti piace la notte, il buio, dove nessuno può vederti ne sentirti. Poco importa che questo non accada nemmeno di giorno: di notte abbiamo tutti una scusa.
Ho cominciato a sentirmi meglio appena ho smesso di chiedere una vita facile.
“Basta chiamare tutti amici” mi sono detto, “tieniti stretto chi ci vuole essere per davvero, senza sconti o pagamenti con strane ricevute bancarie provenienti dal Bangladesh”, guardandomi indietro, vedendo le persone che sì, erano stupende, ma che poi, assieme a me, glielo concedo, si sono perse in chissà quale strano meandro dell’anima.
Non ti azzardare a chiedere più mezzo euro a tuo padre”, mi sono imposto furioso, “basta andare in giro con i soldi che tuo padre porta a casa grazie al suo lavoro”.
“Guadagnati i tuoi soldi in ogni modo possibile” era stato un passo falso.
“Fai quello che ti piace e non lavorerai mai un giorno nella tua vita” ecco! questa mi piace!, e infatti eccomi qua nella mia bella camicia a fare fatture e a vendere i pezzi di ricambio di quelle macchine che hanno costituito una buona parte dei miei battiti cardiaci, ad un sacco di gente incazzata che si ritrova sporca di grasso per motori, mentre brandiscono una chiave inglese maggiorata in una mano e il povero telefono nell’altra.
Mi ritrovo adesso a guadagnare sicuramente meno  rispetto a qualche mio amico, ma che ti posso dire se non che “non sono mai stato così ricco“?
Ebbene si. Sono ricco perché finalmente ho capito.
La vita facile non fa per me.
Ho risolto tutto il risolvibile nella mia vita. Amici, lavoro, la famiglia è apposto, i soldi non mancano. Mancava una cosa. Una cosa dove bisognava essere in due per viverla, ed è proprio per quello che è così bella e ricercata da tutti. Misantropi compresi.
Ho capito che se sali sull’altalena per l’ennesima volta, non solo ricadrai, ma le persone che possono prenderti e tirarti su sono davvero troppo poche. Sicuramente ancora meno se identifico quelle speciali. Ho fatto una bella cosa: ho smontato l’altalena, l’ho fatta in pezzi e l’ho usata per creare la mia nuova bacheca. La nostra nuova bacheca.
La mia vita si sta moltiplicando per due, ed è una roba davvero bella. In alto, sopra il letto, ho la scatola che mi regalasti ormai anni fa, che per me vuol dire molto, mentre sulla libreria c’è il book fotografico di Parigi, città in cui ci riporterò, con accanto le nostre moleskine. Due piene, perché si, ne ho una che parla solo di te, e l’altra con il nostro viaggetto a Montereggio e Portovenere. Due sono in attesa di essere riempite, una con Praga, l’altra con quei piccoli momenti nostri che faremo finta siano quotidiani, quando tu sarai da me o viceversa.
Qui c’è tanto che parla di te, che sia il telefono che squilla a tutte le ore, le moleskine o semplicemente la tua foto che guardo sette volte al giorno come minimo, c’è la sensazione che qua tu ci sia già. Manca il tuo profumo, quello delicato e unico che ho rincorso per i nostri primi quattro giorni, mancano le carezze e lunghi baci. Ma ci sei. 
La vita non è facile. Mi sto cercando di prendere una ragazza che sta a trecento chilometri di me. Fortunatamente ho il tuo appoggio, e tutto sembra meno complicato.
Mi stai dando una grande lezione. Facile non è quasi mai “bello”.
E tu, mia cara, sei il più bel cubo di rubik in mano ad un daltonico con un limite di attenzione molto basso che io abbia mai visto. Impossibile, ma fino ad un certo punto.

Tuo, Lucky

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